//RASSEGNA STAMPA
Données immédiates de la conscience - Punto & Linea
Sintesi delle molteplici ricerche che hanno animato il palcoscenico dell'Out Off per tutta la durata della manifestazione, l'assolo di Paolo Rudelli, prima produzione di Opplà, è davvero un punto di arrivo con il quale, non certo casualmente, si conclude la rassegna.
Non poteva essere altrimenti: nella performance di Rudelli, quell'indagine intima e personale, condotta da tutti gli artisti che l'hanno preceduto in quest'evento, sembra varcare il proprio limite sperimentale per farsi dato certo, acquisizione di lucida consapevolezza.
Consapevolezza di sé, del proprio io che, nell'essere spirito è necessariamente materia corporea.
Ecco allora che prende avvio un viaggio in cui il movimento è scandito dalla voce narrante di Ruth Rosenthal e dalle note di un pianoforte suonato in modo magistralmente ostentato: all'iniziale estraneità del corpo corrisponde un gesto frenetico, quasi di lotta tra il sé e l'altro da sé; poi, quella stessa pelle proiettata nelle immagini video, impone la propria presenza fino a farsi nudità sul palco, evidenza pura di una realtà troppo a lungo negata.
Il movimento avvolge il danzatore in un'esperienza dei sensi che per essere totale deve diventare sofferenza, esposizione al dolore: l'immagine cristologica è evidente in un torace segnato ed esposto, stando alle parole di Rudelli, a una lapidazione di sguardi.
Solo così, nell'esasperazione della percezione sensibile, l'uomo restituisce a se stesso un io integro, e si scopre, in un movimento che si fa calma accettazione di sé, fragile ed estremamente corporeo.
(Sara Pesatori) - PUNTO e LINEA
Données immédiates de la conscience - Rivista Musical N°32
(...) La stessa forza evocativa regge lo spettacolo Donnèes Immediates de la Conscience di Paolo Rudelli. Danzatore al Nederland Dance Theater, presentato in prima mondiale al Teatro Out Off e prima produzione di Opplà.
In questo lavoro la danza incontre la musica dal vivo e le immagini video creando una coralità di esperienze visive e concettuali di enorme incisività e mutimedialità.
Paolo Rudelli, accompagnato al pianoforte da Xavier Klaine e dalla sensuale e profondissima voce di Ruth Rosenthal, autrice anche dei propri testi, affida il proprio messaggio artistico alla nuda carne che vibra e si fa movimento al ritmo della musica originale della Winter Family.
Tutto questo incrociando immagini video in diretta a filmati surrealisti inondati di liquido rosso.
Spettacolo innovativo, ma impegnativo, nel quale si apprezza la danza e si viene rapiti dalla fluidita dei movimenti, dall'energia delle note e dal vigore delle immagini.
I cambi d'abito sono rapidisimi e tutto accade davanti ai nostri occhi a scena aperta, nulla ci viene celato, ma non solo, lo spettatore è chiamato ad interagire con la metamorfosi dell'uomo che assume un altra forma ed un'altra posizione, tortura la propria fisicità prima di liberarsene e tornare a danzare.
Il risultato è disarmante, dimostrazione vincente come la contemporainetà possa convivere con la forma tra le più antiche di comunicazione, cioè la parola che si fa danza.
Isabella Valleri - Rivista Musical N°32
Données immédiates de la conscience
Nella misura in cui realizza la sua intenzione, espressa con intensità nel testo poetico che lo introduce, Données immédiates de la conscience, in Prima assoluta al teatro Out Off di Milano (5 aprile 2006) è uno spettacolo cui sicuramente riesce il rapimento dello spettatore entro un’atmosfera magnetica, resa tale sia dalla qualità della performance di Paolo Rudelli sia dallo straordinario live dei Winter Family.
Pianoforte e voce creano una sorta di emanazione contigua e vibrante che accompagna gli eventi, anche se, talvolta, prevarica e vive con episodi di emotività suoi propri, creando nell’insieme un pregevole concerto di moti dell’animo.
Dal canto suo Rudelli desidera esporsi nell’esperienza estrema dei sensi (sto citando), rendere visibile la sua interiorità e la profondità dei tormenti dell’io, affidandosi al potere espressivo insito in ogni singola sensazione. Pur sfiorando l’autocompiacimento, il percorso che ci offre è capace di stemperare questo rischio ed ogni presupposto narcisistico con un pudore, un’eleganza e una sensibilità senza cedimenti.
Lo testimonia, a mio avviso, l’alternarsi dei due medium prescelti, le immagini video e il corpo, cui sembrano affidati due compiti diversi ma assolutamente complementari: l’enorme urlo ‘baconiano’, fatto di smorfie deformanti e dilatate, ci fa presagire ciò che invece viviamo seguendo sospesi i primi e obliqui, quasi titubanti passi del danzatore che, sotto un’impietosa luce bianca, a poco a poco cerca il suo climax di esasperazione nello spazio.
Allo ‘sfacciato’ disgusto che si prova di fronte alle immagini di una esplorazione tattile, direi ‘papillare’, che rimanda ad un contesto di solitaria e disarmante intimità, segue il calore di una luce che avvolge, quasi difendendolo, il contatto della nudità con se stessa, di una fragilità davvero emozionante. Poi di nuovo uno sguardo circoscritto nelle immagini al centro del palco, che ci chiedono di osservare e vivere il tormento delle mani che, da sole, interpretano i ‘dati immediati della coscienza’: il qui ed ora sgorga e si amplifica, mentre il danzatore si fa letteralmente da parte.
Infine, un blu quasi notturno invita ad un raccoglimento più quieto di fronte agli ultimi, ma quasi stoici esperimenti di sofferenza, dai pugni serrati allo sfinimento alla mortificazione della carne, in cui si coglie una certa aspirazione mistica, del resto ripresa, secondo me, dall’immagine finale: un’icona che non chiede giudizio mentre scompare dietro fiotti di sangue (inchiostro), bensì ‘com-passione’, nel senso etimologico della parola.
Apprezzare le notizie primarie dei sensi avendo la costanza anche sfibrante di ascoltarli fino in fondo, sembra dirci questo spettacolo, permette una conseguenza di verità e validità universali: quando la sofferenza trova il coraggio di evadere attraverso il corpo e di cercare la sua forma di espressione più propria per sé, essa si trasforma in una sorta di libertà che è anche liberazione.
E per quel che riguarda lo spettatore, la “lapidazione” degli sguardi e il voyeurismo ad essi associato, di cui Rudelli è ben conscio, si tramuta forse, suo malgrado, in qualcosa di positivo, “alla fine”, per ognuno di noi: il “silenzio che resta” sembra contenere una sorta di ossequio per ciò che noi stessi sempre siamo e, parafrasando W.Whitman, chi fa la sua strada senza mai conoscere la simpatheia, insegue il suo funerale a distanza.
Dottoressa Anna Zevolli
Video Intervista
PUNTO & LINEA / Mc DIVA / ART&VIEW
Interivista a cura di Sara Pesatori
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One second isn’t one second
“Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”, deponete l’aspettativa di una qualsivoglia rappresentazione e predisponetevi all’epifania.
One second isn’t one second non è solo una programmatica dichiarazione d’intenti d’afflato bergsoniano, ma anche la proposta di abbracciare un’attitudine nei confronti del mondo e della sua fruizione sensoriale.
Ricalcata sull’esperienza del viaggio psichedelico, questa creazione tenta di esplicitarne tutta la portata liberatoria e il suo potere di ipersensibilizzazione quasi sinestetica, la capacità di dilatare tutti i ‘pori’ di un secondo quasi fosse una densa sfera senza dimensioni, ma potenzialmente in grado di contenerne infinite.
E’ giusto il fremito di ciglia di un gigantesco, sinistro e quasi famelico occhio quadruplice che ci sprona a purificarci da schemi spaziali e punti di vista unidirezionali per abbandonarci all’onda delle percezioni che insorgono.
Quello che si vede/vive è un tempo che realizza la Durata, un tempo che si gioca nel territorio della visione ma che rifiuta la spazializzazione con cui di solito è concepito, interpretato ed espresso, aprendosi in tal modo alla sua autenticità.
Di qui la difficoltà di provare a descrivere e definire quelle che a rigore non sono più propriamente immagini, poiché dell’immagine hanno perso ogni confine ed ogni staticità, laddove anche una semplice linea retta non più divide ma unisce e rende possibile un trascolorare fluido e ipnotico di una situazione percettiva nell’altra, perfettamente fuso con le suggestioni sonore.
Si resta smarriti nonostante e, anzi, soprattutto seguendo l’impossibile traccia di inquietanti tralicci che viaggiano sulla nostra testa o nel nostro cielo immaginario, motivo quasi ricorrente che consacra, per chi ancora non vi si fosse calato, la metafora di un viaggio assolutamente non lineare e capovolto, un viaggio in cui si corre il rischio di perdere – o trovare? – ( è questa forse l’eco che giunge sul finale dal bambino che gioca, prima che tutto finisca…) i propri punti di riferimento e appigli. Inaspettati anche i frammenti di suggestioni naturalistiche, quasi vaga reminiscenza di un’ancestrale appartenenza al mondo naturale.
In questo ambiente/habitat paradossalmente allucinato ma confortevole trovano posto le figure umane in carne ed ossa: lo spettatore le vede arrivare in un istante ormai non più e non importa quanto precisabile, ed è chiamato a seguirle in una danza – nel senso di come potrebbero danzare le foglie giù da un albero o delle cellule al microscopio – fatta di minimi fremiti e progressi, quasi facessero parte di una crescita organica all’interno di un processo vitale più ampio.
Abitando il fluire del movimento, esse vi appartengono e ne sono ‘agite’, al punto che il loro incontro - si direbbe del resto casuale – diventa un momento poetico, toccante ed emozionante: nell’allentamento del Tutto, un fragile contatto.
Ma poi si procede verso quello che costituisce il culmine della creazione, l’acme della sospensione e della dilatazione emozionale: in un’atmosfera ormai rarefatta siamo invitati ad entrare, prima lambiti, poi abbracciati e penetrati, in quello che potrebbe essere l’umor acqueo di un’anima con i suoi sommovimenti (volute di liquido nero) o gli anfratti di una rete neuronale (sinapsi bianche che ricordano quadri di Jackson Pollock).
E’ il gioco del positivo/negativo che consente di sdoppiare l’interpretazione e il vissuto di questo momento, dopo del quale sembra si possa infine tornare; ma non sappiamo dire dove: se avanti o se indietro, se al punto di partenza che non è più lo stesso o verso una conclusione che contiene il passato, ma che comunque non è una fine…
E’ questo l’insondabile equilibrio del secondo che abbiamo vissuto.
Dottoressa Anna Zevolli
"Neti-Neti (ni ceci, ni cela)" - Compagnie Post-Retroguardia - Paco Dècina
...Neti-Neti est un duo où une atmosphère ouatée englobe entièrement le spectateur grâce à une gestuelle recherchée et raffinée, à la musique originale et au dispositif lumineux discret mais efficace. Cette ambiance qui unit le public à un univers quasi-onirique se trouve être essentielle pour le ramener en le coeur de la matière organique et gestuelle. Le spectateur est pris dans une instance qui le saisit, une communion. Les effets musicaux sont très porteurs.
(.....)
Ensemble, Valéria Apicella et Paolo Rudelli illuminent. Séparés, ils se confondent avec l'espace et possèdent cette présence qui les rend intemporels. Ils dissolvent l'unité mais ne fracturent pas le tout. Il semble ainsi que l'on remonte le cours du mouvement dansé, à la recherche d'une essence.
par Pascale Orellana - criticaldance.com LIRE l'article Complet
(...)Les deux interprètes, Valeria Apicella et Paolo Rudelli, avec une intouchable sérénité, dans la lenteur de l'adage, répandent une odeur subtile, celle qui émane des êtres quand toutes les braises du désir se sont éteintes, quand tout a été consumé et qu'il ne reste plus qu'un secret partagé. Ce seul duo aurait suffi à nourrir une soirée fort sérieuse.
Par MARIE-CHRISTINE VERNAY - Liberation - vendredi 25 mai 2001
Là, deux interprétes, Valeria Apicella et Paolo Rudelli, se livrent avec talent au pèrilleux exercice d'un mouvement lent et continu qui sans cesse se dèplie, se dèlie, multipliant les courbes et les entrelacs. Prècieux sans esthètisme, rèsolument libre dans la forme, ce chant des corps vers le silence se dèroule sur fond noir nappè de lumiére.
par Irena Filiberti
Paco Décina stupisce ancora con una coreografia semplice ma avvolgente che Valeria Apicella e Paolo Rudelli interpretano alla perfezione in un duo da incanto.
(...)Les deux interprétes Valèria Apicella et Paolo Rudelli donnent vie à une danse ètonnamment dèpourvue d'effets spectaculaires, poussant jusqu'à l'ultime le dèpouillement, pour une mise en avant du corps sculptural magnifiè par la lumiére. (...)
Philippe Verriéle - L&A Thèâtre, Octobre-Novembre 2000